
Nel blog scrivo cosa mi piace, ogni post è, in fondo, un pezzetto di me. Aggiungere? Cosa? Che talvolta mi sento un'aquila? Tal altra il giovane Holden che vaga nei suoi pensieri e malinconie? Mah!
Che attualmente lavoro come fisico al Laboratorio Nazionale di Nanotecnologie?
O forse che mi diverto durante le partitelle a calcetto fra colleghi?
Il mio essere è nelle mie parole...ecco tutto...
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I pantaloni ormai bagnati. L'ombrello si piega al vento, piove obliquo. Non so nemmeno se l'umido che bagna le mie guance sia pioggia o lacrime. In giro poca gente, stanotte. E attende al riparo l'arrivo della metropolitana. Le scritte su questa panchina fredda, avrei potuto farle io trent'anni fa. Insegne, riflessi colorati tremano sulle pozzanghere. Non mi va di pensarci; vorrei non pensare più a nulla. Vorrei solo ancora una, una sola dannata volta: lei cammina lenta, tentenna, mi cerca con lo sguardo nella folla, si volta, guarda la panchina, QUESTA panchina. Mi vede, sorride, si affretta mentre la metro riparte nei suoi budelli.
Ceniamo fuori, ridiamo nel nostro presente, fantastichiamo il nostro futuro…
Una, una sola volta ancora perdio!
Chiudo gli occhi. Piove sempre più forte. Una pattuglia rallenta, mi squadra, decide di proseguire nell'indifferenza. La notte mi avvolge in un velo d'acqua. Il mondo incurante del mio dolore.
Spengo ancora lo sguardo. Lei.
Guardo nuovamente l'ingresso luminoso di vetrine.
E quei dannati secondi mi attraversano il cervello come fiocina avvelenata.
Quello stridore di gomma sull'asfalto.
Il suo sorriso trasmutato in smorfia orrorifica.
La sua corsa verso di me deviata dall'impatto.
L'auto che sbanda e schianta un palo segnaletico.
Lei in terra piegata in maniera innaturale.
Urlo. Ma dalle labbra solo un sibilo angoscioso.
Stanotte mi alzo. Decido sarà l'ultima volta. Decido di riprendere la mia vita residua. Lei è stata. Il mio dolore sarà attenuato dal tempo, forse. Dicono che accade. Dicono sia naturale.
Respirando chiudo l'ombrello e allargo le braccia alla pioggia.
Vado via nell'acqua che penetra mentre la gente residua rimane indecisa nei propri pensieri.
Cammino, alle mie spalle, sempre più sfocato, sempre più confuso il passato e quel dannato ingresso del metrò.
Talvolta il grigiore meteo mi rende malinconico. E mi ritrovo ad inventare racconti di tristezze...
A più tardi mondo...

Nuvole. Piacevano, le nuvole, a Sabrina. Lì seduta nel pomeriggio inoltrato, ampia scalinata…a destra querce e lecci come ventosa colonna sonora, a sinistra un muretto registro di vita di generazioni di ragazzi. Se ne stava lì, lo sguardo tra una nuvola e l’altra. Il maglione bianco di lana sulla pelle non dava fastidio, anzi…Le ragazzine che salivano veloci, un rapido sguardo, fugace distrazione e poi su, nuovamente le nuvole.
Sapeva, Sabrina, che lui sarebbe tornato. Sperava, Sabrina, che quel viaggio non si prolungasse ancora. Tornava, Sabrina, nella sua stanza, al fresco della sera. Suonava, Sabrina, il suo sax. Pensava, Sabrina.
E avvolta dalle spirali vaporose, l’acqua calda si insinua nei capelli, folti. Neri. Lunghi. Scivola giù lungo la schiena, si insinua nel solco delle natiche, giù, sino a sfiorarle ogni centimetro.
S’addormenta, Sabrina. Sogna.
Sogna.
Vive.
Sorride…
- Sei qui?
- Credo…credo di sì…ma…
- Sei felice?
- Un tempo immaginavo di esserlo…un breve istante, così breve ed intenso da non averlo goduto appieno.
- Era felicità?
- Io…io…non capisco…
- Sei qui adesso.
- Sono qui, chi sei?
- Conta? Credi davvero?
- Perché qui? Perché io?
- Tu sei. Tu eri.
- …
- Vieni. Comincerai ancora...
Un altro mio vecchio racconto; è infantile a rileggerlo oggi, stilisticamente e sintatticamente…Ne ho scritti di migliori, almeno mi dicono così gli amici e questo dovrebbe in realtà significare il contrario! Credo che Aruka significhi Rugiada di Primavera, ma la probabilità che mi stia sbagliando è altissima; è divertente constatare come la mente umana possa creare e delineare personaggi così diversi e lontani dall'autore: il protagonista qui sotto è quanto di più distante possa essere da me e dal mio carattere…eppure è venuto fuori dalla mia mente. Curioso.
Bah, chissà se qualcuno lo leggerà, tediandosene probabilmente…
Aruka
La conobbi mentre attendevo in fila per pagare un libro di fantascienza, Asimov se non ricordo male. Era già abbastanza tardi eppure la libreria attirava gente come il miele le api. Aruka parlava abbastanza bene l'italiano sebbene lentamente, corrugando leggermente la fronte incredibilmente bianca in quell'espressione che immediatamente mi colpì: sembrava rovistare nel cervello in attenta ricerca della giusta parola od espressione.
Il suo viso dai chiari lineamenti orientali mi lasciò senza parole. Non so se si sia trattato di quello che la gente definisce "colpo di fulmine", certo mi risultava difficile evitare di osservarla, tentando di dissimulare il mio interesse ogni qual volta si voltava verso di me.
Pagai il libro, uscì lentamente dalla libreria e, fingendo di osservare la vetrina di un negozio d'abbigliamento, attesi che venisse fuori dalla larga porta a vetri oltre la quale i libri sugli scaffali suscitavano in me un'eccitazione contenuta, piacevole.
Riflettevo su quale fosse il modo migliore per approcciarla e stranamente sentivo che non vi era in me alcun desiderio sessuale nei suoi confronti. Il che mi stupì, solitamente quando una donna mi interessa è perché voglio portarla a letto. Le donne dopo mi definiscono nel migliore dei casi uno stronzo figlio di puttana. E sono il primo a dar loro ragione. Semplicemente perché mi piace il mio atteggiamento.
Credo di essere stato innamorato una sola volta, da ragazzo; il dolore che provai quando venni lasciato perché lei si era innamorata di un altro (e mi tradiva, venni poi a sapere, da diverso tempo) mi ha spinto verso quest'atteggiamento nei confronti del sesso femminile. Un modo per vendicarmi? Uno sfogo? Un allontanamento dalla normalità? Squilibrio psichico? Non so, io lo definirei puro piacere.
Già in accademia cambiavo ragazza come ci si cambia i calzini. Addirittura i miei commilitoni, dopo un primo periodo di ammirazione, cominciarono a disprezzare il mio essere. E più loro disprezzavano, più desideravo andare avanti, quasi fosse il loro disprezzo fonte energetica per il mio corpo.
Il fatto è che non ho mai provato nulla per alcuna dopo Sabrina.
Abbandonata l'aeronautica militare sono diventato pilota intercontinentale in una compagnia privata, e non mi è stato difficile farmi un buon numero di hostess. La mia "fama" di stronzo si è diffusa rapidamente. E ciò mi dava piacere.
Poi Aruka.
Non avvertivo alcun desiderio. Nessuna pulsione.
E mentre pensavo di fronte alla vetrina illuminata mi sentì chiamare da dietro, piano. Mi voltai sorpreso e lei mi osservava. Quello sguardo! Mi sembrava di conoscerla da sempre, e pareva che lei sapesse tutto di me. Avevo questa netta impressione.
- Hai mai pensato che siano le donne a sfruttare te per il loro piacere? -
Cristo Santo! Dunque mi conosceva. Certo, doveva aver sentito parlare di me, forse amica di una delle donne con cui sono stato.
- Ci conosciamo? - le chiesi, tentando di essere freddo per quanto un'intensa agitazione crescesse in me. Avrei voluto andar via, la sua presenza mi metteva in reale disagio.
- Stefano Bonfigli. Mi sbaglio? -
Ovvio! Non poteva essere altrimenti. Amica di qualcuna. Cominciai a temerla seriamente, senza che ne comprendessi la ragione.
- Certo...ma...cosa vuole? -
Ogni residuo di freddezza era scivolato via senza che riuscissi a far nulla per trattenerlo. Credo si notasse chiaramente il mio stato d'agitazione. Lei lo notava senza alcun dubbio.
- Provi a rilassarsi. Provi a...- e fu quella la prima volta che notai l'espressione di cui parlavo -...a immaginare un ruscello ed il limpido suono che da esso proviene penetrando nel verde attorno. -
Non immaginai il ruscello, certo mi calmai all'improvviso. Attesi che parlasse ancora, non avrei mai pensato che un giorno potessi essere attratto dalle parole di una donna, dal tono della sua voce, dal movimento lento e preciso delle sue labbra. Eppure lo ero, in quel preciso momento lo ero. Ma chi diavolo era?
- Non conosco nessuna delle donne che lei ha conosciuto. -
Lo disse piano. Rimasi interdetto. Maggiormente attratto, attrazione che cresceva senza alcuna voglia sessuale; maggiormente sconcertato. Dunque non era amica di alcuna donna che io avessi conosciuto. E allora come...
- Non se lo chieda, non riuscirebbe a trovare risposta. Sappia soltanto che so tutto di lei, più di quanto sappia lei stesso. E ora venga con me, mi segua. -
- Perché? - riuscì a dire, senza riflettere, ormai completamente disorientato.
- Le voglio mostrare qualcosa di interessante. -
Mi guardò in un modo obliquo, con quel leggero sorriso che non potrei descrivere in alcun modo, tanto mi apparve irreale e perfetto. Le camminai al fianco con la mente priva di qualsivoglia pensiero. Ero totalmente a lei abbandonato. In mezzo alla gente che numerosa passeggiava per la strada chiusa al traffico, solo lei sembrava emanare un tremolio di colore, un baluginio di vita, un lucore racchiuso che mi catturava come fosse calamita ed io ferro.
Così, senza parlare, giungemmo al portone in legno marrone di un vecchio ma ben mantenuto edificio poco distante dal centro cittadino. Vi era meno gente in giro, ed il rumore del traffico era maggiormente intenso. Due grandi mani dorate pendevano, come appartenessero ad un cadavere nascosto, dall'ampio portone. Aprì e mi invitò a salire su da lei semplicemente con un delicato cenno della mano.
Entrammo nel suo appartamento al terzo piano di quell'edificio, e subito un odore intenso di incenso invase le mie narici. E' strano che da fuori non si avverta, riflettei.
Credetti per un istante di essere stato trasportato in oriente, tale era l'arredamento che mi circondava. Nella mente mi si formarono le immagini stereotipate delle dimore dei santoni orientali, i colori oro, rosso, giallo...Un piccolo altarino con due incensini accesi ai lati era subito alla mia destra; ogni stanza comunicava con un unico ambiente ottagonale centrale, ampio, arredato solo con pesanti tendaggi, figure dipinte e un tappeto scuro. La luce era ovunque soffusa, una presenza quasi impercettibile. Eppure avevo la netta sensazione che qualcosa non dovesse esserci, che vi fosse qualcosa di sbagliato, di estraneo all'ambiente. Non riuscivo a capire cosa fosse, ma i miei pensieri furono interrotti da lei che mi chiamava dalla stanza di fronte. Posai il libro per terra e la raggiunsi.
Il nuovo ambiente era illuminato, incredibilmente pervaso da profumi di ogni tipo, tanto da farmi dimenticare presto dell'incenso. E come facessero gli odori a rimanere confinati nelle diverse stanze senza invadere le altre rimescolandosi in un intruglio probabilmente nauseabondo non saprei spiegarlo.
Fiori e piante dalle forme più strane mi circondavano, piccoli bonsai dai colori più assurdi...Sembrava di essere in un quadro di qualche pittore visionario, foglie azzurre, rosa, verdi, viola.
Poi ebbi l'impressione che tutto quanto mi era attorno vivesse! Ne ero certo, cazzo, quelle cose erano vive!
Fu un attimo, chiusi gli occhi e barcollai leggermente, quando li riaprì vidi le cose per quello che erano, piante. Strane, ma piante e vasi e oggetti strani sparsi qua e là. Ma nulla che potesse saltarmi addosso all'improvviso.
Soltanto allora, inebriato dalla bellezza innaturale che mi attorniava (e Aruka appariva splendida in tutta la sua figura, ne ero completamente catturato) notai, meglio, ascoltai il soffuso suono di arpe e archi, il quale pareva non avere direzione, non avrei assolutamente saputo dire da dove venisse. Anche se qualcosa dentro me mi portava a credere che fossero le labbra di Aruka a suonare il suono di mille violini e arpe e viole...Sì, ne ero sempre più convinto...
Era lei…LEI a produrre quella meravigliosa musica, adesso notai l'impercettibile movimento delle sue piccole labbra scarlatte. Era lei la sorgente che diffondeva ovunque quelle note prive di direzione. Era lei ad infondere la luce e la bellezza attorno.
Mi spaventai, nuovamente fui ostaggio della paura: chi era quell'essere? Da dove giungeva?
E la oramai conscia consapevolezza che mai sarei riuscito a staccarmi da lei mi atterriva maggiormente ed al contempo mi inebriava, suscitava in me un piacere più grande di mille orgasmi.
Lei si voltò, guardandomi.
- Il mio nome è, per te, Aruka. -
Così seppi il suo nome.
Si avvicinò, mi toccò il petto con una mano e...e...
Non riuscirei a descriverlo avendo a disposizione l'eternità. Fu terribile.
Un attimo, un breve, infinitesimo momento di puro ed intollerabile dolore.
I volti delle donne sulle quali avevo compiuto la mia vendetta (perché in quell'istante capì che sì, di vendetta si trattava) apparvero contemporaneamente nella mia mente. In realtà non sarebbe appropriato utilizzare la parola "contemporanea- mente". Immaginate un unico crudele volto che vi sovrasti, vi schiacci l'anima, e in ogni tratto, in ogni piccolo lineamento ritrovare i molteplici caratteri di tutte quelle donne. La molteplicità nella terribile unità.
All'improvviso, una luce calda che bruciava, Dio come bruciava. Non la pelle, non il corpo, ma l'essere più intimo di me, l'ego profondo urlante di dolore e angoscia.
Orrore, non saprei come definirlo altrimenti; mille guerre, crudeltà, paure, ossessioni, colpe, mille terribili fucilate al cuore, mille terribili mali, i mali del mondo dai primordi in poi...Tutto ciò devastò in quell'impercettibile attimo il mio cervello, il mio spirito.
Cosa successe in seguito non lo so. Quando riaprì gli occhi mi ritrovai disteso sotto un cespuglio celeste, in quella stanza. Non più musica, la stessa bellezza che sembrava proprietà intrinseca ed assoluta di quel posto pareva esser scomparsa.
- Aruka...? - chiamai. Nessuna risposta.
Mi sollevai e barcollando raggiunsi la sala centrale. Vi era uno specchio, in fondo, sulla mia destra. Mi avvicinai. Ed il vedermi con i capelli e le sopracciglia completamente bianche, di un bianco lattiginoso, non ebbe che l'effetto di lasciarmi indifferente. Avrei dovuto aver paura, urlare, quantomeno sbalordire...Nulla.
Una mente che assorba e senta l'orrore dell'universo tutto insieme, miliardi di anni di estremo caos e dolore e crudeltà concentrati in un picosecondo: nulla più può avere effetto su di essa. Nulla.
I miei occhi erano privi di ogni luce, spenti per l'eternità.
- Il tuo mondo è qui, ora. -
La sentì all'improvviso, mi voltai piano, lo sguardo vacuo.
- Sì. - dissi, semplicemente.
Non saprò mai perché un giorno Aruka, chiunque ella fosse, o qualunque cosa essa fosse, svanì.
Non so nemmeno se tutta questa storia sia reale. Tre anni di clinica psichiatrica dovrebbero in effetti significare qualcosa.
Ne sono venuto fuori da poco.
Eppure, sebbene confuso, ancora mi chiedo cosa possa essere successo alla mia vita se tutto ciò che ricordo è solo una folle costruzione della mia mente malata. So solo che mi guardo allo specchio, e vedo un uomo dalle profonde rughe, lo sguardo spento e radi capelli bianchi, come le sopracciglia.
Soltanto un'esperienza terrificante può avermi condotto a ciò. Ne sono più che certo.
Spero solo che Aruka non stia portando nessuno più con sé.
Fine
2/11/'97
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